La mia esperienza da volontario nella casa circondariale “Miogni” di Varese.
Quante volte vi è capitato di guardare qualcosa o qualcuno e di esprimere un giudizio basandovi su luoghi comuni, senza conoscere davvero la realtà di cui si sta parlando?
Fino a qualche mese fa anch'io facevo lo stesso. Poi don Matteo Rivolta, cappellano della Casa Circondariale "Miogni" di Varese e responsabile della Caritas di zona, mi ha offerto l'opportunità di vivere un'esperienza unica, capace di cambiare profondamente il mio modo di vedere il carcere e le persone detenute.
Spesso si parla di "carcere" in modo generico, ma una casa circondariale, come il Miogni, ha una funzione ben precisa: accogliere principalmente persone in attesa di giudizio o condannate a pene di breve durata.
Quando, la scorsa estate, don Matteo mi ha proposto di unirmi ad altri volontari per organizzare alcune attività all'interno del carcere, non ci ho pensato due volte. In autunno ho varcato per la prima volta quei cancelli e, da allora, continuo a tornarci ogni due settimane, sempre con entusiasmo e piacere.
Nei primi mesi mi sono occupato del laboratorio manuale, dove i detenuti realizzano puzzle tridimensionali in legno destinati a privati oppure venduti nei mercatini della provincia e nelle parrocchie. Successivamente, insieme agli altri volontari e a don Matteo, abbiamo iniziato a organizzare incontri di catechesi, testimonianze di ospiti esterni e momenti di riflessione su temi scelti di volta in volta, cercando di accompagnare i ragazzi in un confronto aperto e costruttivo. Durante l'estate, inoltre, complice il caldo che li spinge a trascorrere più tempo all'aperto, abbiamo organizzato giochi e tornei sportivi.
Ricordo ancora la prima volta in cui le porte del Miogni si sono chiuse alle mie spalle. Ho provato un certo timore, alimentato probabilmente dai pregiudizi che avevo nei confronti dei detenuti, ma anche una forte curiosità: quella di entrare in contatto con una realtà che non conoscevo e di incontrare persone che immaginavo molto più lontane da me di quanto, in realtà, non fossero.
A farmi comprendere quanto questa vicinanza fosse autentica è stato un momento che porto ancora nel cuore. Al termine di un incontro, un ragazzo mi ha abbracciato e mi ha ringraziato. Mi ha confidato quanto apprezzasse la presenza di noi volontari, che, nonostante gli impegni personali, scegliamo di dedicare parte del nostro tempo per ascoltarli, parlare con loro e condividere momenti di normalità. Secondo lui è più facile aprirsi con chi entra in carcere per libera scelta, piuttosto che con figure professionali come psicologi o assistenti sociali, che, pur svolgendo un ruolo fondamentale, sono percepiti come parte del sistema.
Quelle parole hanno dato un significato profondo al mio percorso. Ho capito che la mia presenza non serve necessariamente a insegnare qualcosa, ma anche, e forse soprattutto, a offrire un po' di umanità. Questa esperienza mi ha insegnato a guardare oltre le apparenze e mi ha fatto comprendere che, alla fine, ricevo molto più di quanto io possa dare.
Edoardo Carducci
Foto di copertina realizzata con supporto AI da eRreVierRe communication. L’immagine è puramente illustrativa, non rappresenta la reale situazione descritta nell’articolo ed è utilizzata esclusivamente a scopo narrativo e di accompagnamento al testo.