II Domenica di Pasqua

II DOMENICA di PASQUA
At 4, 8-24a; Sal 117; Col 2, 8-15; Gv 20, 19-31

HA RAGIONE TOMMASO

Stiamo vivendo il tempo di Pasqua! La Parola di Dio che ci viene proposta è un richiamo forte a considerare questo tempo come l’occasione per essere testimoni. Siamo chiamati a rinnovare la nostra testimonianza di fede. Uso il termine “rinnovare” perché l’esperienza della pandemia che purtroppo siamo ancora vivendo, ha qualcosa da dirci sul nostro modo di essere testimoni della nostra fede cristiana.
Mi faccio aiutare DALL’APOSTOLO TOMMASO, così come il Vangelo ce lo presenta.
Se dovessimo fare una classifica degli apostoli, di istinto metteremmo Tommaso agli ultimi posti, forse solo davanti a Giuda. In questo brano non fa bella figura: ci appare come un uomo debole, incerto, indeciso.
Ma se lo guardiamo in profondità non è proprio così. Ha qualcosa da insegnare. Anzitutto sembra avere meno paura degli altri. Mentre tutti sono chiusi nel cenacolo “per timore dei Giudei” lui è fuori casa, l’unico ad affrontare la città e la strada, a metterci la faccia, a rischiare di essere riconosciuto, fermato, arrestato. Si legge infatti che quando il Risorto appare per la prima volta, Tommaso non c’era. Cosa è uscito a fare? Forse a verificare le notizie confuse su Gesù che sono arrivate da Pietro, Giovanni, Maria Maddalena?
1. Tommaso è uno che ama cercare, verificare, farsi domande, vedere di persona. Ecco un primo suo tratto positivo: è un uomo che non ha paura e non abbandona troppo facilmente il suo percorso di ricerca.
2. Tra l’altro – ed è un secondo dato interessante – c’è una separazione tra lui e gli altri discepoli. La sua fede non è stata aiutata dalla comunità degli apostoli. Loro hanno visto il Signore, ma sono lì, bloccati in casa. Otto giorni dopo sono ancora allo stesso punto. Tommaso inizia a pensare: “Ma allora non è vero niente. Se l’hanno visto davvero, se davvero è vivo, cosa fanno ancora qui? Perché questa paura?”. Tommaso sperimenta suo malgrado un rapporto con una chiesa che non aiuta a credere perché troppo legata, troppo rigida, preoccupata di sé stessa; una chiesa che si chiude e non ama rischiare perfino dopo aver visto il Signore risorto.
3. Ma c’è un terzo passaggio decisivo che ci porta a pensare che Tommaso sia più avanti degli altri discepoli: è quello racchiuso nelle parole che in genere tendono a descriverlo come uomo di poca fede. “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò”. Tommaso ha compreso una cosa fondamentale. Non dice “crederò quando vedrò un miracolo, un segno forte” ma “quando vedrò le piaghe”. Intuisce che il miracolo della resurrezione non cancella le ferite, che si può fidare di Gesù perché è il Crocifisso Risorto, quello che ha dato la sua vita per lui. Si fida di uno così, che butta la sua vita per amore; non di uno che fa gesti e segni prodigiosi.

In questa sua apparente incredulità, ci invita a purificare la nostra fede, sempre in cerca di segni prodigiosi, di apparizioni sconvolgenti. Quello che Tommaso vuole vedere apparire è l’umanità di Gesù, sono le piaghe. Il Signore sembra quasi dargli un compito quando lo sfida a mettere il dito nella piaga. È come se gli dicesse: “Tocca pure! Se mi vuoi trovare non cercare i miracoli, ma impara a toccare le piaghe, chinati su chi soffre, prova a guarire le ferite dell’altro”.
È una bella lezione per capire come essere testimoni. Imparare a toccare le piaghe, a chinarci su chi soffre … Quante belle testimonianze stiamo ricevendo in questi giorni.
Oggi celebriamo la festa della Divina Misericordia. Il Gesù che si venera in questa festa viene presentato come colui che dalle sue piaghe partono dei raggi di luce. Luce che rendono luminose queste piaghe, luminose perché sono ferite nate dall’amore, e per questo attraggono e guariscono, come dice la lettera di Pietro: “Dalle sue piaghe siamo stati guariti”.
Tommaso scopre la verità e la bellezza delle piaghe, delle ferite. Sono un segno di riconoscimento della verità dell’amore, sono tracce luminose per ritrovare la fede.
Del resto, Gesù ci ha insegnato la parabola dell’uomo che si interessa delle ferite di un altro: la parabola del samaritano. Quante volte Gesù si è chinato per curare, per guarire.
Ecco come dobbiamo “rinnovare” il nostro modo di vivere la testimonianza cristiana. Ecco perché dicevo che anche il momento che stiamo vivendo ci insegna a vedere le ferite di tanti nostri fratelli che hanno bisogno, ci insegna a guardare e curare le nostre piaghe e chinarci su quelle degli altri e da guaritori feriti viviamo la stessa compassione di Gesù e la sua misericordia.

don Claudio